New Normal e Automotive

New Normal e Automotive


In questi mesi di profondi cambiamenti, forzati e alcuni probabilmente solo anticipati rispetto a un ipotizzabile futuro, si è ripreso a parlare di newnormal, quale nuovo scenario che tipicamente emerge da una situazione di forte rottura, che oggi è radicalmente diversa rispetto all’ultima che ci ha investito, quella finanziaria del 2007.

La nuova normalità questa volta prevede un feroce, profondo e diffuso cambiamento delle nostre abitudini e delle nostre priorità. Su tutte, sono candidate a cambiare radicalmente quelle legate agli spostamenti di tutti i giorni, che siano motivati dal dovere o dal piacere.

Stiamo già tutti sperimentando quotidianamente cosa questo possa significare per la sfera personale della mobilità: e per quanto riguarda gli addetti ai lavori del settore automotive, è interessante fare una rapida riflessione sulla transizione che stanno fronteggiando sia la produzione che le catene distributive per riconquistare il presente e assicurarsi un futuro sostenibile e profittevole. L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha avuto un impatto a tutto tondo: produzione, filiera della componentistica, vendita, servizi, lavoratori, clienti.

Fondamentale sottolineare che il settore automotive nei paesi industrializzati è un asset strategico, e lo è in particolare in Italia, per le sue fragilità e per l’alto valore del know-how, della qualità e del design che le aziende di tutte le dimensioni possiedono, e che sono spesso riconosciute sui mercati internazionali in quanto eccellenze del Made in Italy.

Il mercato dell’auto oggi è tra gli ingranaggi più grandi che muovono l’economia: in Italia vale l’11% del PIL e ha un peso considerevole sia a livello industriale che sociale, perché l’intero settore sorregge centinaia di migliaia di famiglie, con un’occupazione di circa 258mila addetti complessivi.

Tutto il settore vale circa 190 miliardi di euro, con la filiera della componentistica che conta da sola 5700 aziende e di cui l’Italia è tra i maggiori esportatori al mondo (ad esempio, circa l’8% del valore di un’auto tedesca è costituito da componenti Made in Italy).

Oggi è inoltre il settore in cui si investe di più in Italia in ricerca e sviluppo (1,7 miliardi, pari a quasi il 19% del totale nazionale), con un saldo positivo di bilancia commerciale di quasi 7 miliardi di euro.

E l’Europa, a sua volta, è l’area che vi investe di più al mondo in R&D, con i suoi oltre 60 miliardi di euro l’anno. Al secondo posto c’è il Giappone con investimenti pari a 30 miliardi, davanti agli U.S.A. con 18.

Investimenti in R&D per industry e area geografica (mld di €).
[Fonte: European Commission. The 2019 EU Industrial R&D Investment Scoreboard]

 

Con questi numeri negli occhi, e pensando a quello che stiamo vivendo ora, ci rendiamo conto che la pandemia ci ha fatto scoprire improvvisamente che, in un mondo così connesso e volatile, le catene di produzione e distribuzione globali hanno bisogno di essere efficienti e lean, ma contemporaneamente devono anche saper garantire la fragilità di un’azienda a tutti questi shock, riscoprendo quindi il valore della flessibilità, della sicurezza di avere diverse opzioni, a volte ridondanti, alcune in remoto, altre che devono obbligatoriamente sfruttare nuove tecnologie.

Lo smart working, o meglio il remote working non è più e non è solo una dimensione legata al welfare aziendale, ma deve trovare la via per diventare strategico come modalità per aumentare la produttività e ridurre i costi, sempre mantenendo un impatto positivo sulla collettività. I cambiamenti causati dall’emergenza sanitaria stanno avendo un impatto sui processi produttivi, accelerando da una parte la trasformazione già in atto della digitalizzazione del lavoro, e anticipando dall’altra la necessità di procedere al rapido sviluppo e utilizzo di mobilità ecosostenibile.

Le fabbriche che stanno riaprendo non avranno immediatamente la piena capacità produttiva, il ripristino della produzione avviene in modo graduale e deve tenere conto del sostanziale blocco delle vendite.

Emerge qui il delicato equilibrio della domanda: a monte la filiera della componentistica, che costruisce le parti che compongono le automobili, preme per essere operativa. A valle le reti, ancora oggi fondamentali per dare valore aggiunto e raggiungere ovunque il cliente finale, hanno bisogno di vecchi clienti e nuovi prospect coi quali chiudere le trattative per non fermarsi.

L’impatto sul cliente finale si vede già: le videoconferenze stanno diventando un’abitudine, lo saranno probabilmente anche una volta cessata l’emergenza: anche le auto si stanno attrezzando, alcune case stanno già dotando le proprie vetture di una telecamera interna che permette di seguire questa tendenza e permettere di fare video-riunioni in movimento.

Un processo lungo e che ci porterà su un binario certamente diverso rispetto a quello che sarebbe stato senza il coronavirus, ma comunque di normalità.

Albert Einstein diceva che la crisi è la più grande benedizione per le persone e per le nazioni, perché è in grado di portare progressi, inventiva, scoperte e nuove strategie, così come la creatività nasce dall’angoscia:

Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato.

 

Luca Ballabio

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